Le scienze sperimentali : un contributo alla formazione della persona

L’allievo ideale, per Gardner, è l’esperto disciplinare, cioè “quell’alunno che è in grado di servirsi delle nozioni di fisica o di storia…, apprese a scuola, per far luce su fenomeni nuovi. Le sue conoscenze travalicano la sfera delle esercitazioni prettamente scolastiche e puo’ essere considerato una persone che comprende realmente”.

E’ questo l’alunno che la scuola dovrebbe formare fornendogli gli strumenti per comprendere e trasformare la realta’, soprattutto in una società come la nostra, in cui ogni conoscenza diventa rapidamente obsoleta e, quindi, non basta ricorrere a dati, procedure e algoritmi noti e consolidati per risolvere situazioni problematiche sempre nuove.

Come è possibile raggiungere questi obiettivi, affinché ci sia comprensione vera e significativa e,quindi,formazione?

Solo gli studi umanistici hanno carattere formativo?

Da sempre gli studi umanistici sono considerati gli studi formativi per eccellenza in quanto consentono di mobilitare il pensiero logico,il pensiero critico e il pensiero divergente.

D’altro canto, l’insegnamento delle discipline scientifiche si è caratterizzato nel tempo per il suo aspetto informativo piu’ che formativo. Ha posto l’accento piu’ sull’addestramento alle procedure, all’uso di regole, formule, tecniche che non portano alla consapevolezza della conoscenza e, quindi, non assumono carattere formativo neanche quando si avvale dell’attività di laboratorio in cui l’alunno, spesso, esegue solo metodiche per riprodurre fenomeni.

Eppure, lo sviluppo delle scienze è possibile grazie al pensiero logico, critico e creativo!!!

Grazie all’approccio scientifico, l’uomo osserva, si pone interrogativi, analizza, valuta, interpreta, deduce, trova soluzioni.

Le scienze, quindi, hanno nella loro specificità tutti i requisiti per essere formative e, affinche’ sia formativo anche il loro insegnamento, occorre cambiare la prassi didattica e scegliere una metodologia che non dia soluzioni, ricette preconfezionate, algoritmi da seguire passivamente che sono sicuramente rassicuranti sia per il docente che per l’alunno, ma che non mobilitano il pensiero logico, critico, creativo e che, quindi, non producono ne’ consapevolezza della conoscenza nè tantomeno comprensione reale .

Occorre una metodologia che promuova il pensiero e la ricerca di nuove prospettive per trovare soluzioni altrimenti inconcepibili.

La soluzione è semplice ma vincente : proporre situazioni poblematiche sperimentali, in altre parole utilizzare la tecnica del problem solving. Infatti la procedura di risoluzione mette in attività il pensiero logico-critico-divergente allo stesso modo delle materie umanistiche acquisendo, così, la connotazione formativa e non piu’ semplicemente informativa.

L’ allievo dovra’ conoscere soltanto l’enunciato del problema, i materiali disponibili, le principali tecniche e procedure di laboratorio, le apparecchiature i concetti teorici connessi. Dovrà ricorrere alle conoscenze e ai principi per risolvere nuove situazoni progettando e, realizzando, osservando e valutando. Non è piu’ semplice esecutore di metodiche e procedure, ma un “ ideatore”.

La costruzione del diagramma a V di Gowin aiuta lo studente a impadronirsi del SIGNIFICATO dell’attività sperimentale e, così, comprende realmente la conoscenza che “manipola” e che diventa cosi’ significativa.